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I know I just can leave

10-08-2009

Quadri concentrici oltre i vetri della città
amica notte lascia un’eclisse d’energie
risuona il jazz sulle vie del ferro
è un pensiero circolare
segna cicatrici per il graffio che ti dà

I know I just can leave

mi cullano i tassì mentre sto a guardare
Origami verdi di solitudini
fioriti artifici celebrati
e mai dimenticati

I know I just can leave

E’ la solita storia non cambia mai
Di Trucchi pesanti per nascondersi
Da te me ne frego che hai che non va
(Ci pensi ancora?)

I know I just can leave

Benvenuto nel mio mondo
Brucia di sfiducia
Io ti fisso nella mente
Ma quella cosa credo non sia tu
spiegami quel che non ho provato mai
Ho il collo sul rasoio della vita
amami sbarbato disperato e con sculture di rovi tra le dita
Giocare ad essere incompreso non mi piace più

I know I just can leave

Ma se mi cogli
Non buttarmi
Dipingimi

La Bacheca dei Ricordi (I)

Non appena sceso dall'aereo, sferzato da un freddo improvviso che Barcellona non lasciava presagire, l'Autunno mi si ripresenta nient'affatto dolciastro. Ma il ricordo tutto rabbonisce, soprattutto se risale ad un anno fa:

La Bacheca dei Ricordi

Dafne: la ninfa che sfuggì alla passione di Apollo implorando il potere divino del fiume Peneo, suo padre, la vergine senza tempo che desiderò mutare in lauro pur di mantenere la sua purezza.
In greco, Dafne significa appunto lauro, alloro.
Ma la passione sfrenata del dio, il suo amore della bellezza non furono arrestati dall’interdizione soprannaturale di Peneo: stringendone le fronde, Apollo esclamò che quelle stesse gli avrebbero per sempre cinto il capo, la faretra e la cetra.
Ma l’aspettativa di passione del dio è stata disattesa.
La veemenza di Apollo nell’inseguire la bellezza, e il suo amore, è stata vana.

Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, nel distico alla base del capolavoro marmoreo del Bernini, Apollo e Dafne, ispirato al mito ovidiano, scrisse:

‘Chi amando insegue le gioie della bellezza che fugge,
riempie la mano di fronde e coglie bacche amare’


Com’era negativa la visione barocca del mito.
Non ricordavano, forse, che mentre Apollo abbracciava la corteccia ancora palpitante di Laura, questa sembrava finalmente cedere alla sua richiesta d’amore e beltà?

Per cui, se inseguendo la bellezza di un’estate ormai sfumata riempirete la mano di fronde e bacche amare, non credetevi sconfitti. Forse dovremmo davvero pensare che il momento di massima celebrazione e fulgore della bellezza è dato dal ricordo che ci lascia, dai segni che permangono indelebili.
Solo così sapremo godere anche della lunga “cattiva stagione” e del torpore cui ci induce: sarà sufficiente riempire il giardino di graziosi souvenir della bellezza, i doni più belli che ci porgono l’autunno e l’inverno, ossia bacche e fronde dai colori melanconici.

Il pre-test....

Milano è stata calda. Cinque giorni passati a districarsi in una giungla metropolitana a crocette. Selezionare l'alternativa corretta. Non ci sono spiegazioni da dare, eloqui viscerali con tanto esercizio di magnetismo, nè tantomeno esaustivi silenzi. Solo scelte. Prego porre una crocetta sull'alternativa corretta.

Io non so scegliere.

Milano è fredda. In uno dei suoi divagare poetici, Fossati canta "delle città importanti io, mi ricordo Milano, livida e sprofondata per sua stessa mano". Qualcosa dev'essere davvero sprofondato. Si respirava un'aria di vaghezza, come se ciò che è stato si fosse appannato da un po' di tempo. Potrebbe essere la stagione. Per le strade, tutto è materiale, e facile: non si avverte affatto la densità di Venezia, non si assapora l'eclettismo a volte volgare di Roma.
La luce non è bella, i giardini sui tetti piacevoli.

La notte ingentilisce la città e, come spesso accade, svela un pezzetto del nocciolo cittadino. Scompare il grigiore luminoso del dì, che così tristemente si intona ai colori della gente, si fa invece spazio la sera con le sue vetrine illuminate e i volti più rilassati, gli atteggiamenti meno ingessati. Per un momento riemerge un riflesso di quel che è sprofondato, ho il sospetto che da qualche parte la creatività, la fantasia più febbrile e i gruppi coraggiosi si annidino ancora in questa Milano. Più che altrove.

Comunque, non so scegliere, e non mi sento abbastanza.

Diario di un Vampiro

Mercoledì 22 ottobre 1880

Anche se è figlia dell'Illuminismo più fervido, vissuto dall'interno di una cerchia d'amicizie inequiparabili per intensità e purezza, Alice non ha faticato ad adattarsi alla società dei secoli successivi, con i suoi costumi e regimi. Alice si considera una bella ventenne del ventunesimo secolo, a tutti gli effetti. E così riesce ad apparire. Il suo aspetto certo non tradisce oltre duecento anni d'età, nonostante il trucco pesante e le espressioni tese suggeriscano il peso di tanti anni passati a cercare la via più semplice per sopravvivere. Quando si è vampiri e si vuole a tutti costi rimanere in società, si deve accettare qualche compromesso. Chi se ne fotte, tanto l'anima l'abbiamo già venduta.

E' straordinario trovarsi ad essere vampiri, ancora una volta assieme. Le nostre strade, da una sola che era, si sono fatte così diverse. C'è solo una maledizione ad accomunarci, ora. Quando eravamo in vita ti ho amato, in qualche modo. Questo non te l'ho mai detto, ma sono certo che lo sai. Ed è stato con me che hai provato l'ebrezza del sangue. Le colline si stendevano sotto di noi, dalla torre d'avorio, ed un esercito di lucciole nobilitava il campo incolto di fronte al fiume. "Un giorno", mi hai detto, "faremo qualcosa di importante, noi due. Per ora, ci baciamo?"

Cose che amo

L'accoglienza, l'ospitalità, la parlantina verace delle signore romagnole di una volta, una spontaneità che riscalda e lava un po' tutto, sono qualità rare oggi. Miriam, tua mamma è veramente stupenda.

Sua Maestà il Faggio

Anche questo 'articolo', assieme a quello precedente sulle Scarmigliate, fa parte di una brevissima serie che scrissi poco meno di un anno fa su un sito di giardini. Li ripropongo qui come fosse una sorta di mio diario personale, di ciò che sono e che ho fatto.

Qualche tempo fa ho visitato la casa, completamente immersa in un bosco, di una cara amica. Tra le essenze arboree che popolano quel bosco la più straordinaria è forse quella del faggio (Fagus sylvatica), perfettamente a suo agio in folti gruppi e parimenti splendido da solo, quando si rivela maestoso e altero, con i rami robusti che si dipartono piuttosto bassi sul tronco ed il fogliame nervato elegante in ogni stagione, che sia verde tenero o cupo, amaranto, giallo-bruno o rosso.

Ed il Faggio, longevo anche fino a 300 anni, ha sempre sussurrato messaggi di eternità agli uomini, fin dall’antichità, quando era considerato uno di quegli alberi cosmici che congiungono terra, cielo ed inferi portando le sue linfe vitali al cosmo intero, che nutre e dal quale è nutrito.

Vecchie leggende britanniche e del nord della Francia narrano che dentro agli alberi si nascondano le anime intrappolate di chi deve pagare pegno di qualcosa, di chi in vita ha avuto una qualche manchevolezza e che ora deve scontare nutrendo la pianta con la sua stessa essenza.

Beh, non so se gli antichi considerassero questa una sorta di punizione, ma io lo trovo terribilmente eccitante.

Penso che pianterò un Faggio, prima o poi, chissà che qualcuno della mia famiglia non ne diventi il druido o la driade.

E nel mio giardino immaginario, un faggio dovrebbe essere piantato in questo modo che ora vi descrivo.

Al centro di un grande spazio quadrato si leverà elegantissimo, negli anni, un Fagus sylvatica ‘Purpurea Tricolor’, varietà pregevolissima di questa pianta. Normalmente diffido delle piante e soprattutto degli alberi a fogliame variegato, spesso pacchiani o difficilmente armonizzabili, ma questo, che ha come sinonimi anche ‘Roseomarginata’ o semplicemente ‘Tricolor’, ha dalla sua parte una leggerezza di portamento e fogliame che riesce a vaporizzare, complice una luce soffusa, lo sfarzo di ogni singola foglia, trifasciata sul margine e a colorazione rosso scura, rosa e rosso vivace, in una nube di farfalle. In primavera, al comparire del nuovo fogliame, lo spettacolo è di una bellezza difficilmente descrivibile: i rosa e i rossi pallidi si inseguono attraverso l’impalcato elegante dell’albero, quindi le tinte si opacizzano a stagione avanzata, per virare al giallo e al bruno in quella autunnale.

Quest’albero si esprime al meglio, sia dal punto di vista estetico che colturale, in condizioni di mezz’ombra, e magari circondato da una siepe verde cupo.

Attorno a quest’albero cosmico personale, va lasciato spazio: è un attore di movenze e gestualità ampie e ricche, ma sa catalizzare l’attenzione anche in perfetta solitudine.

Ai suoi piedi, in ampi gruppi ben distanziati tra loro crescono Epimedium x rubrum, un bellissimo ibrido tra Epimedium alpinum e Epimedium grandiflorum: oltre ad essere più rapido nella crescita rispetto ad altri del genere, senza essere mai invadente, sfoggia un fogliame in continuo cangiare, rossastro all’apparire così come in caduta, di un bel verde nel resto dell’anno, e racemi di fiori primaverili dai sepali rossi e petali giallo chiaro. Mi rimanda ad un esotismo silvano che in fondo un po’ m’appartiene.

Ad ondate crescono anche masse di crochi color ametista, magici a primavera quando accompagnano il superbo fogliame giovanile del faggio, e ciclamini a fioritura autunnale come il classico Cyclamen hederifolium o come il più insolito Cyclamen cilicium, un po’ meno rustico, ma che porta le foglie al momento della fioritura, al contrario del precendente.

Infine, tre grandi rose definite rampicanti ‘Sir Cedric Morris’, ma qui coltivate come enormi cespugli e collocate asimmetricamente a gran distanza dal Faggio, coloreranno il giardino fino a stagione molto avanzata con bei cinorrodi arancioni e, a primavera, con delicati e semplici fiori bianchi, profumati, in ampi corimbi.

Da una panca situata al limitare del giardino, proprio di fronte a sua maestà il Faggio, siede il giardiniere custode di questo luogo, e dialoga con Lui, chissà di che cosa. Forse di ordini cosmici ed equilibri del tutto irrazionali, o forse no.

Mi piace pensare che chi pianta un albero sia ancora oggi il protettore di questi ordini, di questi equilibri, che traggono sapere e serenità non tanto dalla conoscenza del Mondo e della Natura, ma dalla percezione intuitiva dell’essere un tutt’uno con essi.

La svolta metafisica...

1921, Carlo Carrà

L'amante dell'ingegnere

A parte il fatto che Carrà è stato un artista assolutamente eclettico, poeta e pittore, che ha sondato le più diverse avanguardie artistiche giungendo ad esiti metafisici, ancora una volta non definitivi, qui la cosa importante è un'altra.

C'è che quella ragazza con gli occhi socchiusi, immortalata e scolpita nel busto di marmo, è solo la fredda copia di se stessa, il suo cadavere imbalsamato.
Vorrebbe sentire un suono in quel vuoto, che uscisse almeno dalla sua bocca.
Fronteggia l'incomunicabilità del suo amante, un mondo intero di rigore e razionalità. Ma dietro c'è solamente l'abisso nero della sua coscienza.

Per la madonna, non puoi chiudere gli occhi per sempre. Voltati ed entra nell'abisso: quando guardi nell'abisso, l'abisso guarda dentro di te.

P.s.: sono conscio delle forzature, ma io adoro farmi attraversare.

Storia dello studente che non voglio essere

Vive lontano, si applica con impegno e fatica in uno studio difficile e pare essere un piccolo genio. Di una materia che non ama, né apprezza. Forse amore e genio non si accompagnano come romanticamente supponevo. Forse anche i geni si piegano alle regole della necessità economica o, peggio, dello status symbol professionale, o scolastico, piuttosto che alla propria vocazione.

Su di un modesto trespolo, poco dietro di lui e seminascosto nella penombra, un Ara blu oramai smagrito per noncuranza, sembra voler sussurrare verità che non devono essere ascoltate. La scelta è stata fatta, anni prima.

E quel fiore irto di spine che ha colto pochi mesi addietro sta nuovamente deperendo alle sue cure, al suo impegno e sul suo fertile terreno di coltura.

Lui non sa che quella pianta superba, prospera sulle colline, di giochi, canti e saliscendi, deperisce invece nel giardino della gloria.